Non cercare di diventare una persona di successo, ma piuttosto una persona di valore (Albert Einstein)

martedì 28 maggio 2013

Amministrative: l’astensionismo vince.

Tanti commentatori definiranno il voto delle amministrative, anzi meglio sarebbe definirlo il non voto, un segnale dell’antipolitica. Ma io credo che l’astensione sia un voto altamente politico, è l’indicazione chiara di milioni di persone, la maggioranza relativa, che non si sentono più rappresentate. 
I dati, ancora provvisori, ci dicono di un 40% del totale degli aventi diritto che non si sono recati alle urne, non hanno votato per nessun candidato, credo non per mancanza di fiducia nel singolo quanto per una sfiducia completa nel sistema. Un sistema che se ne frega del bene dei cittadini, non mantiene quanto promette durante la campagna elettorale ma ha il solo scopo di garantire una continuità nei privilegi di pochi a danno del bene comune.
Soldi pubblici rubati, privilegi assegnati a pioggia così come posti di lavoro e consulenze inutili fatti avere a parenti ed amici. Il centro destra ed il centro sinistra che si danno battaglia, a parole e nei manifesti elettorali, poi si ritrovano a braccetto nella spartizione; ed anche coloro che a questo banchetto non hanno partecipato, come il M5S, subiscono comunque la disaffezione dei cittadini che dai grillini si aspettavano, non so se giustamente o meno, qualcosa di più.
Aspettiamoci di sentire i soliti ritornelli, «L’astensionismo ci ha penalizzato….»,«Abbiamo vinto anche per chi si è astenuto…»,« Abbiamo tenuto nonostante l’astensione…», frasi buone per  tutte le situazioni; ci saranno finte analisi dei risultati, si dirà che bisogna fare qualcosa per riavvicinare i cittadini alla politica, che non tutti i partiti sono uguali ma poi, una volta raggiunta la poltrona di sindaco ci si dimentica dei cittadini e dei loro bisogni. E soprattutto ci si dimentica che la parola politica, come dice Aristotele, significa «l'amministrazione della polis per il bene di tutti». E non per quello dei soliti!

domenica 26 maggio 2013

Il referendum di Bologna e la difesa di un principio

Oggi a Bologna ci sarà un referendum consultivo che ha come quesito se sia giusto o meno finanziare la scuola paritaria privata. Il quesito a cui dovranno rispondere i cittadini bolognesi è il seguente:
Quale fra le seguenti proposte di utilizzo delle risorse finanziarie comunali, che vengono erogate secondo il vigente sistema delle convenzioni con le scuole di infanzia paritarie a gestione privata, ritieni più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini che domandano di accedere alla scuola dell’infanzia?

A)    utilizzarle per le scuole comunali e statali
B)    utilizzarle per le scuole paritarie private

Tale referendum è stato promosso da un comitato denominato «Articolo 33», composto da 15 associazioni e circoli cittadini, che prende il suo nome dall’omologo articolo della nostra Costituzione che recita:« Enti privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato».
A Bologna sono trentasei i milioni di euro che il comune paga annualmente per la scuola pubblica, mentre è di circa un milione di euro il contributo destinato alla scuola paritaria privata che  dal 1994 riceve questi fondi tramite una convenzione. Ma indipendentemente dalla cifra si tratta comunque di finanziamenti pubblici che finiscono nelle mani di scuole paritarie, nella maggior parte dei casi amministrate da religiosi, a Bologna ben 26 su 27 scuole private sono d’ispirazione religiosa.      
L’iniziativa referendaria ha ricevuto l’appoggio di Sinistra Ecologia e Libertà, M5S e di esponenti del mondo della cultura e dell’impegno come Stefano Rodotà, Gino Strada, Maurizio Landini e Andrea Camilleri. Francesco Guccini ha scritto, in occasione della chiusura della campagna referendaria: «(…) La scuola – e la scuola dell’infanzia, pubblica laica e plurale - come uno dei luoghi fondamentali dove l’uomo prende forma e inizia il suo viaggio. Entrare alla scuola pubblica, ove si opera senza discriminazioni e senza indirizzi confessionali, è il primo passo di ogni individuo che voglia imparare l’alterità e la condivisione; è il primo passo di ogni essere umano per diventare uomo, per diventare donna».
Dall’altra parte ci sono le lobby, i poteri forti e mi sento di dire, la cultura della violazione dei principi costituzionali, il fronte del mantenimento della convenzione: alti prelati  come Bagnasco, politici di destra come Sacconi, l’ex ministro Anna Maria Bernini, tutta la giunta del Comune di Bologna capeggiata dal sindaco Virginio Merola, con in testa l’assessore coordinatore di Giunta Matteo Lepore, già dirigente delle cooperative “rosse”, e Romano Prodi, con  un intero partito il Pd, che paga le proprie contraddizioni interne e una deroga ormai decennale al principio della laicità e del senza oneri per lo Stato.
Il tema in discussione comunque riveste un’ importanza che va ben al di la della questione locale e del diritto all’istruzione, che deve essere comunque garantito a tutti, sono in gioco infatti i principi costituzionali sul diritto di accesso ai servizi fondamentali da parte di tutta la cittadinanza. Senza privilegi di sorta.
Il diritto all’istruzione e quello alla salute sono, tra i diritti fondamentali sanciti dagli articoli 33 e 32 della Costituzione italiana, unitamente al diritto al lavoro, quelli più sotto attacco. I soldi pubblici, quelli a cui tutti contribuiamo con le nostre tasse, vengono abilmente trasferiti a strutture private, generalmente in mano a grandi gruppi economici e a potenti istituti religiosi che sfruttano l’occasione che gli viene data dallo Stato per arricchirsi e formare, forse sarebbe meglio dire plasmare, i cittadini del futuro.
Si obietterà che la sanità e la scuola pubblica hanno un costo elevato, quasi insopportabile per il nostro paese e che il privato consente uno sgravio dai costi della comunità. Ma io mi chiedo, se fosse proprio così come ci viene venduta, i magnati della sanità e gli istituti religiosi, aprono ospedali, laboratori, cliniche, scuole e università per filantropia? Per aiutare il povero Stato Italiano che non ce la fa?
Come mai fanno a gara per aggiudicarsi gli appalti in questi settori, investendo milioni, e non tutti propriamente in trasparenza? Le scuole private dovrebbero garantire, a chi se lo può permettere un’istruzione che, come recita la Costituzione, «… ai  loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali» ed invece molto spesso sono dei diplomifici nei quali le famiglie  «investono» migliaia di euro per assicurare a giovani svogliati un pezzo di carta che gli consenta di presentarsi con un titolo nell’azienda di famiglia. Le cliniche private, che ricevono sovvenzioni milionarie dalle Regioni, utilizzano i fondi per garantire soggiorni piacevoli ad amministratori compiacenti o per trasferimenti all’estero di denaro che avrebbe potuto e dovuto essere utilizzato diversamente, a volte lasciando buchi di bilancio considerevoli, come nel caso San Raffaele e Maugeri, lasciando poi allo Stato il compito di garantire quei poveretti che si sono visti licenziare da un giorno con l’altro senza alcuna responsabilità.
Sanità e Scuola privata prendono sovvenzioni dallo Stato, i soldi dei cittadini e li utilizzano per fare profitto, a danno delle strutture pubbliche che oramai il nostro Stato in mano a collusi, impresentabili e soggetto a conflitti d’interessi colossali non può più garantire. Per questo il referendum di Bologna riveste una grande importanza; non sono in gioco solo le rette per i  1700 bambini coinvolti, ma un più generale confronto per riportare secondo i dettami costituzionali i diritti dell’individuo in materia di Istruzione e Salute.   

martedì 21 maggio 2013

Il PD e la rappresentanza dei lavoratori.

Sabato alla manifestazione per il lavoro organizzata dalla FIOM si è notata un’assenza importante, a  onor del vero non è la prima volta che ciò succede, ma in questo momento storico nel quale i lavoratori vivono  sempre più precariamente  il loro status, sarebbe stato importante esserci. Parliamo dell’assenza del PD, di chi se no!
Ma cosa aspettarci da un partito che in questi anni ha prima nicchiato sul tentativo  riuscito di Sacconi di dividere il sindacato, di separare CISL e UIL dalla CGIL, facendo firmare accordi separati che non hanno avuto effetti positivi sul mercato del  lavoro, anzi l’emorragia di posti di lavoro è via via aumentata, e a mettere l’uno contro l’altro i lavoratori. Cosa dire poi di come è stato gestito politicamente l’accordo FIAT , seguito a un referendum, fortemente voluto da Marchionne, il cui quesito era  un ricatto bello e buono che ha portato ad estromettere dalle fabbriche la FIOM e i suoi iscritti? I rappresentanti del PD si sono sperticati in elogi a Marchionne, grande manager che avrebbe investito miliardi di euro e fatto ripartire l’industria dell’auto , da Fassino a Renzi, da D’Alema a Chiamparino; sembra ancora di sentirli, tutti ad applaudire Sergio Marchionne, «che ha preso quella macchina ingrippata che era diventata la Fiat e l’ha salvata», per dirla con Sergio Chiamparino; appena qualche  anno fa D’Alema la vedeva così: «Ho sempre pensato che il destino della Fiat fosse quello di una forte internazionalizzazione e Marchionne lo sta facendo nel modo migliore» , così anche Piero Fassino che nel 2006 definiva Marchionne un «vero socialdemocratico» , poi le parole di Valter Weltroni «Marchionne ha posto con chiarezza il problema», spiegava l’ex sindaco di Roma ancora nel 2011, «ci vuole un contratto di lavoro costruito più a ridosso dell’organizzazione aziendale».L’ad del gruppo Fiat ha dovuto però gettare la maschera, nessun investimento in Italia, confermando le preoccupazioni della Fiom, unica, in questi anni, a non subire il fascino del manager abruzzese e delle promesse sul futuro degli stabilimenti italiani, oramai chiusi o funzionanti a scartamento ridotto con migliaia di dipendenti in cassa integrazione.
Intanto il PD, ma forse ormai dovremmo chiamarlo PDDL (Partito Democratico Delle Libertà), si è prima piegato al volere del Governo dei Tecnici attraverso l’approvazione della riforma delle pensioni, dimenticandosi gli esodati e votando la “legge Fornero” che ha ulteriormente contribuito alla perdita di migliaia di posti di lavoro, ora si appresta a condividere con Berlusconi la politica dei prossimi mesi. Il tutto penalizzando quella parte di popolazione che dice di rappresentare.
Cosa dire quando Beppe Grillo, rivolgendosi agli elettori del PD, chiede loro di votare il M5S e lasciare un partito che oramai non li rappresenta più? Sentire il programma dei cinquestelle  sembra l’unico in difesa  dei lavoratori e della parte sana del paese che non sa più dove sbattere la testa.  Si profila quindi un grande cambiamento, da una parte un partito, il PD, che sembra aver deciso di stare dalla parte dei privilegi abbandonando quella classe operaia e lavoratrice che lo aveva fatto grande, dall’altra un movimento nato da poco che unico, si prende carico di lottare per il bene comune, contro gli sprechi, contro i privilegi assumendo il ruolo di rappresentanza che altri hanno abbandonato.